Tradurre Inger Christensen

 

di Bruno Berni

 

Bruno_BerniTradurre poesia non è mai un atto banale, richiede – più che la prosa − la capacità (almeno il tentativo) di lasciarsi scivolare in un testo, indossarlo, esplorarlo a occhi chiusi, percepirlo sulla pelle, sentirlo fin dentro allo stomaco, provare persino il dolore che lo sostiene. Per poi spogliarsi di nuovo e, conservandone traccia sull’anima, tenere lontano il mondo e cucire un nuovo testo, ancora a occhi chiusi, con altri materiali, ma un testo che dia a chi lo indossa le stesse sensazioni provate. Forse è così, tradurre poesia. O forse no.

Tradurre la poesia di Inger Christensen è anche altro, un’esperienza non facile perché ogni singola parte − in una produzione in versi che, raccolta in un volume col suo volto in copertina, non arriva a cinquecento pagine (ma pesa come un gruppo marmoreo) − appare come elemento di una costruzione infinita di mattoni che regalano fino in fondo il loro vero senso solo se posti pazientemente l’uno accanto all’altro. Una sfida affascinante e irrinunciabile.

SommerfugledalenÈ passato molto tempo da quando la Valle delle farfalle (in preparazione per Edizioni Kolibris) si è posata leggera sulla mia scrivania. Persino la scrivania è cambiata, almeno un paio di volte, ma il testo è ancora lì, quindici pagine. Tutto è iniziato con la folle visione che sia facile impresa tradurre una corona di sonetti, lo schema descritto nella maniera più chiara dal Crescimbeni nei suoi Comentarj: una serie di quattordici sonetti in cui il verso finale di ciascuno rappresenta l’iniziale del successivo, in un legame circolare cui fa da corona un quindicesimo sonetto che contiene in sé i quattordici versi iniziali. In preda al male comune ai traduttori – leggere un testo con la mente che già vola alle impunture che risolveranno quella difficile piega, affinché il resto della stoffa scorra liscio sotto la mano – in preda a quel male la lettura del primo sonetto concedeva speranze di poter riprodurre la partitura.

È un gioco complesso, scovare una chiave che apra la possibilità di arrivare alla fine senza perdere del tutto la faccia, trovare i segreti nascosti tra le righe, quelli che hanno permesso all’autore quel ricamo di versi e che permetteranno al traduttore di cavarsela senza rompere troppo gli schemi. Capire le strategie e le pieghe del testo che mi permettono uno spazio di manovra, anche se lieve. Il primo sonetto si è scritto da solo, riproducendo – spero – la musica dell’originale, alzando un po’ il tono – ma non è che in danese il sonetto sia un genere basso −, rispettando le rime, al punto che i primi versi erano già sotto il testo, bastava grattare con quel male comune e la musica cambiava lingua. Il secondo è arrivato con qualche affanno in più, ma alla fine era pronto anche quello.

È stato a quel punto che ho capito, è stato a quel punto che si è accesa la luce, mi sono guardato allo specchio dicendomi profeticamente ciò che solo anni dopo altri avrebbero compreso già al primo incontro: “Sei un deficiente”. Una corona di sonetti va tessuta al contrario. Come tradurre un giallo partendo dalla fine, come se solo sapendo il nome dell’assassino si riuscisse a ricostruirne la trama. Un’esistenza in retromarcia, ciò che nel mondo reale non è concesso, ma sulla carta magari anche sì. E così via a limare il quindicesimo sonetto, e con quel lavoro alla fine tutti i primi e gli ultimi versi sono pronti, in uno schema che tesse la trama di una tela sulla quale ricamare il resto.


???????????“Ma perché devi farla in rima?” mi chiese Inger Christensen una sera. Eravamo a casa di amici comuni, a cena da Morten, in una Copenaghen immersa nel freddo invernale, e le avevo appena confessato che la corona di sonetti era lì che lentamente avanzava, che l’avrei completata, ma con calma, perché duecentodieci versi rimati in quel modo chiedono tempo. “Devo farla in rima perché sono sonetti e io sono italiano, mi sembra motivo sufficiente”, risposi, “devo farla in rima perché tu componi strutture disposte intorno a un progetto, e quel progetto devo rispettarlo”. “Ci metterai troppo tempo, ma se arrivi alla fine verrò a leggerla io in italiano”.

Bruno Berni e Inger Christensen.

Bruno Berni e Inger Christensen

Era una promessa capace di alimentare il lavoro. Già pochi mesi dopo era in Italia, Inger Christensen, per fare letture. Non era completa, la corona di sonetti, l’accordo non poteva essere rispettato, perciò Inger leggeva in danese, io in italiano. A Napoli il primo sonetto usciva dalla porta di Treves e si diffondeva in piazza Plebiscito, e chi l’ha sentita leggere non se la dimenticherà. A Roma le Scale d’acqua tornavano alla lingua in cui erano state vissute, tradotte per lei, per quella serata, pubblicate solo qualche anno più tardi. Lette in questa città per la prima volta dopo quarant’anni, sulla terrazza del Circolo Scandinavo, alla Lungara, mentre il sole calava e in lontananza il traffico del Lungotevere sembrava fermarsi in ascolto di quella voce mormorante: “Piazza Campitelli, piazza Nicosia, piazza Colonna”.

Certa gente dovrebbe essere immortale, altra gente no. È questa la differenza, ma non è mai così. Pochi mesi dopo, il 2 gennaio del 2009, Inger Christensen se n’è andata a 74 anni, fermando il mio lavoro: non aveva più senso portarlo a compimento. “Ci metterai troppo tempo”, e aveva ragione. C’è voluto qualche anno, ma poi ho capito che tanto immortale lo era, e che comunque un debito lo avevo, qualche anno per decidere di riprendere in mano la tela e completare il ricamo. Un lavoro che non può avere scadenze, ma che solo se sottomesso ai rigori di un contratto può sperare di trovare il flusso necessario per essere portato a termine, e il momento è arrivato. Certe cose rivelano forse una folle visione, l’incoscienza del sedicenne che segue l’istinto. A me importa di più che la testa del traduttore maturo – se c’è − serva invece per pagare finalmente il mio debito a Inger.

 

I

 

Salgono, le farfalle del pianeta,

come pigmento dal calor del suolo,

cinabro, ocra, oro e giallo creta,

di chimici elementi emerso stuolo.

 

È questo batter d’ali un’adunata

di particelle di luce in un miraggio?

È dell’infanzia l’estate già sognata

rifratta come in differito raggio?

 

No, è l’angelo di luce che dipinge

se stesso come Apollo mnemosyne,

come papilio, macaone e sfinge.

 

Le vedo con la mente mia malsana

come piume nella bruma di calura

a Brajčino nell’afa meridiana.

 

 

 

 

XV

 

Salgono le farfalle del pianeta,

a Brajčino nell’afa meridiana,

dall’aspra sotterranea segreta

che di profumo inonda oggi la piana.

 

Come atalanta, antiopa ed erato

come argo azzurro svolazzano qua e là

e s’illude lo sciocco del creato

con una vita che la morte non vedrà.

 

Chi è colui che incanta tal convegno

con sprazzi di quiete e dolci inganni

e di morti scomparsi gran disegno?

 

Il mio orecchio risponde pigramente:

è morte che con occhi senza affanni

da quell’ala ti studia attentamente.

 

 

 

 

I

De stiger op, planetens sommerfugle

som farvestøv fra jordens varme krop,

zinnober, okker, guld og fosforgule,

en sværm af kemisk grundstof løftet op.

 

Er dette vingeflimmer kun en stime

af lyspartikler i et indbildt syn?

Er det min barndoms drømte sommertime

splintret som i tidsforskudte lyn?

 

Nej, det er lysets engel, som kan male

sig selv som sort Apollo mnemosyne,

som ildfugl, poppelfugl og svalehale.

 

 

 

 

XV

 

De stiger op, planetens sommerfugle

i Brajcinodalens middagshede luft,

op fra den underjordisk bitre hule,

som bjergbuskadset dækker med sin duft.

 

Som blåfugl, admiral og sørgekåbe,

som påfugløje flagrer de omkring

og foregøgler universets tåbe

et liv der ikke dør som ingenting.

 

Hvem er det der fortryller dette møde

med strejf af sjælefred og søde løgne

og sommersyner af forsvundne døde?

 

Mit øre svarer med sin døve ringen:

Det er døden som med egne øjne

ser dig an fra sommerfuglevingen.

 

 

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